Di Aniello Langella. Medico chirurgo. Ortopedico e Fisiatra
Sempre maggiore è il numero di pazienti giovani che si affidano alle mie cure, per un problema di dolore e disfunzione articolare del ginocchio a causa di degenerazione meniscale.
A quali cause attribuire questa patologia?
Facciamo chiarezza, in quanto la rete oggi attraverso l’AI fornisce dati molto generici e soprattutto non adattabili con chiarezza al singolo problema e qui, ancor prima di descrivervi questa frequente patologia, devo ribadire e con forza, che la diagnosi, la fa solo il medico non l’intelligenza artificiale o l’amica della porta accanto.
Con il termine meniscopatia degenerativa (o lesione meniscale degenerativa) si indica un danno del menisco che non è conseguenza di un trauma acuto ben definito, ma di un processo di usura progressiva del tessuto fibrocartilagineo, legato all’età, al carico meccanico cronico e spesso al contesto artrosico del ginocchio. Queste lesioni sono in genere atraumatiche o paucitraumatiche: il paziente riferisce la comparsa di dolore durante un gesto banale (accovacciarsi, alzarsi da una sedia, scendere dall’auto), più che un vero “infortunio” sportivo o lavorativo[1]. Dal punto di vista morfologico, le lesioni degenerative si localizzano più spesso nel menisco mediale, in particolare nel corpo e nel corno posteriore, e presentano pattern complessi o orizzontali (fraying, fissurazioni multiple, flap instabili), in contrasto con le classiche lesioni traumatiche acute tipicamente verticali, longitudinali o radiali osservate nei soggetti giovani[2]. Sul piano concettuale, la meniscopatia degenerativa viene oggi sempre più interpretata come parte di uno spettro degenerativo del ginocchio, spesso associato a osteoartrosi manifesta o subclinica, piuttosto che come “lesione isolata” indipendente dal resto dell’articolazione[3].
La patologia articolare del ginocchio il cui sintomo primario è il dolore ha una precisa diffusione e fasce d’età, infatti le lesioni meniscali, nel complesso, rappresentano una delle patologie più frequenti del ginocchio, con un’incidenza nella popolazione generale stimata intorno a 60–70 casi per 100.000 abitanti/anno[4]. Quando si guarda alla degenerazione meniscale in età matura, la prevalenza reale è ancora più impressionante se si considerano gli studi di risonanza magnetica in popolazioni non selezionate. Il lavoro di Englund e coll. su una coorte di soggetti di età compresa tra 50 e 90 anni (studio di Framingham)[5] ha mostrato che:
- la prevalenza di lesione o distruzione meniscale al ginocchio destro variava dal 19% nelle donne 50–59 anni al 56% negli uomini 70–90 anni;
- la presenza di un tear meniscale era frequente sia in soggetti con osteoartrosi radiografica che senza;
- una quota rilevante di soggetti con lesione meniscale non riportava dolore o rigidità significativi.
Questi dati indicano che la meniscopatia degenerativa è estremamente comune dopo i 50 anni, spesso subclinica, e che la semplice evidenza radiologica o RM di una lesione non coincide necessariamente con la causa dei sintomi. Nella pratica clinica, i materiali informativi dei servizi ortopedici e reumatologici collocano la fascia di massima incidenza dei disturbi meniscali degenerativi tra i 40 e i 60 anni, con una progressiva crescita della prevalenza oltre i 60 anni.
Per quanto riguarda il sesso[6], diversi lavori suggeriscono una modesta predominanza maschile nel rischio di lesioni meniscali, soprattutto per le forme non traumatiche e per le lesioni documentate su RM in popolazioni di mezza età e anziane. Le revisioni sistematiche sui fattori di rischio identificano il sesso maschile tra i determinanti principali per le lesioni meniscali, soprattutto in associazione ad attività sportive pivot-contact (calcio, rugby, basket). Tuttavia, con l’aumentare dell’età e della prevalenza di osteoartrosi, la differenza di genere tende ad attenuarsi, e la frequenza di meniscopatia degenerativa diventa elevata in entrambi i sessi, in particolare oltre i 60 anni[7].
Le lesioni meniscali traumatiche sono più comuni in giovani maschi sportivi, mentre le lesioni degenerative aumentano con l’età e diventano molto frequenti anche nelle donne, soprattutto in presenza di osteoartrosi.
Ma queste lesioni sono sempre legate a un trauma?

Nella grande maggioranza dei casi, la meniscopatia degenerativa non è legata a un trauma acuto maggiore. Le revisioni recenti definiscono la lesione degenerativa come una tear[8], che può avere diverse caratteristiche. Vediamole:
Generalmente atraumatica o microtraumatica
Che si sviluppa nel tempo per fenomeni di attrito e degenerazione del collagene.
Spesso in un compartimento già interessato da cambiamenti degenerativi cartilaginei o ossei.
Sul piano clinico, i pazienti descrivono spesso un “evento scatenante” minimale (una torsione banale, scendere le scale, piegarsi), che rappresenta verosimilmente la rottura finale di un menisco già degenerato, piuttosto che il trauma causale in senso stretto. È quindi corretto dire che la meniscopatia degenerativa non è tipicamente un esito di trauma acuto ad alta energia, ma piuttosto il risultato di microtraumi ripetuti nel tempo, carico meccanico e invecchiamento tissutale.
Il ruolo del sovraccarico ponderale (obesità e sovrappeso)
Il sovrappeso e l’obesità rappresentano uno dei fattori di rischio più solidamente documentati per le lesioni meniscali, in particolare per quelle degenerative.
- Studi di coorte e case-control hanno dimostrato un’associazione significativa tra incremento del BMI e maggiore probabilità di chirurgia meniscale in entrambi i sessi[9].
- Una revisione sistematica e meta-analisi più recente conferma che un BMI ≥25 kg/m² costituisce un fattore di rischio importante per le lesioni meniscali degenerative[10].
- Analisi di popolazione hanno evidenziato che l’obesità aumenta in modo significativo il rischio di prima ospedalizzazione per lesioni meniscali, indipendentemente da altri fattori[11].
Dobbiamo inoltre considerare che da un punto di vista biomeccanico, l’eccesso di peso comporta un aumento del carico compressivo sull’emipiatto tibiale, un maggiore stress in rotazione e in varo/valgo sul menisco, in particolare mediale e quindi un’accelerazione dei processi degenerativi a carico di cartilagine e fibrocartilagine. In altre parole, il sovraccarico ponderale non solo favorisce la comparsa di lesioni meniscali degenerative, ma si inserisce anche nel circuito vizioso che lega menisco, cartilagine e osteoartrosi del ginocchio.
Nei processi di invecchiamento e quindi degenerazione meniscali, deve essere considerata anche l’attività sportiva, il surmenage ed il carico fisico muscolare. non a caso l’attività fisica rappresenta un fattore “a doppio taglio”. Essa è protettiva per la salute articolare se svolta in modo regolare, con carichi adeguati e buona preparazione muscolare, ma può diventare un fattore di rischio se associata a sport ad alta richiesta meccanica o surmenage. E su questo tema la bibliografia e la ricerca è molto fitta e ricca. Una revisione sistematica sui fattori di rischio segnala che la partecipazione a sport di contatto e pivoting (calcio, rugby, sport di squadra) aumenta il rischio di lesioni meniscali, specie a carico del menisco mediale[12]. Studi di popolazione hanno associato la “leisure time physical exercise” regolare a un maggior rischio di prima ospedalizzazione per lesioni meniscali, con un’incidenza più alta in chi pratica ball games, ginnastica e jogging[13]. Una revisione sui fattori occupazionali evidenzia che attività lavorative con frequente inginocchiamento, accovacciamento e sollevamento di carichi rappresentano un ulteriore elemento di rischio per la patologia meniscale, soprattutto non traumatica[14].
In molti pazienti di mezza età, la meniscopatia degenerativa è quindi il risultato di un cumulativo di microtraumi da carico e rotazione, legati a sport ricreativi, lavoro fisicamente impegnativo e talvolta eccesso ponderale.
Ho elaborato una possibile classificazione “clinica” delle lesioni meniscali degenerative.
Per l’inquadramento pratico, può essere utile partire da una distinzione generale tra:
- Lesioni meniscali traumatiche
- tipiche del soggetto giovane/sportivo;
- trauma acuto, spesso in torsione;
- pattern verticali, longitudinali, radiali;
- frequente associazione con lesioni legamentose (es. LCA).
- Lesioni meniscali degenerative
- tipiche del soggetto di mezza età o anziano;
- esordio atraumatico o con evento scatenante minimo;
- pattern complessi, orizzontali, fraying del margine libero, talora lesioni radiali/root su base degenerativa;
- spesso associate a segni di degenerazione cartilaginea e/o osteoartrosi, ma possono anche comparire in ginocchia senza artrosi radiograficamente evidente.
All’interno delle lesioni degenerative, con finalità descrittiva in ambito clinico si possono distinguere:
- Lesioni degenerative “pre-artrosiche”
- in pazienti di mezza età, talvolta senza artrosi radiografica;
- spesso correlate a sovraccarico ponderale, sport ricreativo, attività lavorativa pesante.
- Lesioni degenerative in contesto artrosico conclamato
- in pazienti più anziani;
- frequentemente multifocali, con assottigliamento o estrusione meniscale;
- rappresentano parte integrante del quadro di osteoartrosi del ginocchio.
- Lesioni degenerative associate a specifici fattori meccanici
- radiali o root tears su base degenerativa;
- estrusione meniscale come “marcatore” di sovraccarico e progressione verso osteoartrosi più rapida.
Questa classificazione, pur semplificata, è utile per orientare il ragionamento clinico e, come vedremo nel tuo testo, per discutere criticamente quando il trattamento conservativo (esercizio, perdita di peso, educazione al carico) sia non solo appropriato, ma spesso preferibile all’intervento artroscopico.
L’artroscopia
Spesso il trattamento delle lesioni meniscali su base degenerativa, ma anche da lesionali acute è l’artroscopia. Ecco un breve inquadramento introduttivo e terapeutico.
Nel trattamento dei pazienti di mezza età con lesioni meniscali degenerative, ma privi di evidenze radiografiche di osteoartrosi, i clinici dovrebbero considerare con maggiore attenzione l’opzione di un percorso conservativo basato su esercizi strutturati e supervisionati, come valida alternativa all’intervento chirurgico. È quanto suggeriscono Nina Jullum Kise, chirurgo ortopedico norvegese, e i suoi collaboratori in uno studio pubblicato sul British Medical Journal[15], che ha coinvolto 140 pazienti con un’età media di circa 50 anni. La quasi totalità del campione (96%) non presentava segni di osteoartrosi alla radiografia.
Il risultato appare di particolare rilievo, considerando che l’artroscopia rappresenta oggi l’approccio terapeutico più diffuso. Si stima infatti che, nei Paesi occidentali, circa 300 persone ogni 100.000 abitanti si sottopongano annualmente a meniscectomia parziale. La maggior parte di questi interventi artroscopici viene eseguita proprio per lesioni degenerative del menisco, spesso interpretate come una manifestazione precoce del processo artrosico. Tuttavia, una recente metanalisi[16] aveva già evidenziato come i benefici dell’artroscopia rispetto al trattamento conservativo fossero modesti e limitati nel tempo. Solo uno dei cinque trial randomizzati controllati inclusi aveva riportato una riduzione più marcata del dolore a un anno di follow-up. Il trial condotto dal gruppo della dottoressa Jullum Kise ha confrontato l’efficacia di un programma esclusivamente fisioterapico, supervisionato e della durata di 12 settimane, somministrato a 70 pazienti, con quella della meniscectomia parziale, proposta come unico trattamento agli altri 70 partecipanti. Gli esiti clinici sono stati valutati a 3, 12 e 24 mesi.
Come principale strumento di valutazione è stato utilizzato il KOOS (Knee Injury and Osteoarthritis Outcome Score), sviluppato per quantificare la percezione soggettiva dei pazienti riguardo ai sintomi del ginocchio. Tra le cinque sottoscale disponibili, i ricercatori hanno preso in considerazione quattro domini, sintomi, dolore, capacità di svolgere le attività quotidiane e capacità di praticare attività sportive, valutati a due anni dal trattamento. In entrambi i gruppi si è osservato un miglioramento clinico, senza però riscontrare differenze statisticamente significative tra i pazienti sottoposti a intervento chirurgico e quelli assegnati al programma fisioterapico. L’indice KOOS è aumentato in media di 24,4 punti nel gruppo chirurgico e di 25,3 nel gruppo che ha seguito il percorso di esercizi strutturati, evidenziando un beneficio lievemente maggiore, seppur non rilevante dal punto di vista statistico, nel secondo gruppo. La forza muscolare del quadricipite a tre mesi è stata considerata come ulteriore endpoint primario e, in questo caso, la terapia fisica ha mostrato una chiara superiorità.
Nel corso dei due anni di follow-up, non si sono verificati eventi avversi gravi in nessuno dei due gruppi. Nello stesso intervallo di tempo, il 23% dei partecipanti, indipendentemente dal trattamento ricevuto, ha necessitato di una valutazione medica per dolore, gonfiore, instabilità, rigidità o riduzione del range of motion del ginocchio. Se era prevedibile un incremento della forza muscolare nei pazienti che avevano seguito il programma di esercizi, meno attesa era la constatazione che tale approccio risultasse non inferiore all’artroscopia nel migliorare la funzionalità e nel ridurre il dolore.
Sulla base di questi risultati, la domanda che emerge è inevitabile: occorre rivedere l’approccio terapeutico alle lesioni meniscali degenerative?
L’artroscopia nel soggetto giovane: davvero la scelta migliore?
Ecco le ragioni biomeccaniche, biologiche e prognostiche per privilegiare l’approccio conservativo. Nel soggetto giovane o di mezza età precoce, con ginocchio ancora ben funzionante, il trattamento delle lesioni meniscali, incluse quelle degenerative iniziali o miste, richiede un’accurata riflessione clinica. Tradizionalmente l’artroscopia è stata considerata una procedura “minimamente invasiva”, priva di conseguenze sostanziali nel lungo termine; tuttavia, l’evidenza scientifica degli ultimi anni descrive un quadro molto diverso.
1. Perché rimuovere (anche solo parzialmente) un menisco in un giovane può essere dannoso?
Quali siano i meccanismi biomeccanici e biologici, è presto detto. Primo tra tutti l’alterazione della verticalità e della geometria meniscale. Il menisco, per la sua particolare conformazione a cuneo, è indispensabile nel mantenere la verticalità funzionale dell’interspazio femoro-tibiale:
- converte le forze assiali in forze radiali (“hoop stress”),
- distribuisce il carico,
- impedisce il contatto diretto tra cartilagini femorali e tibiali.
La meniscectomia, anche minima, riduce lo spessore verticale del menisco e modifica la forma del “cuneo stabilizzante” ed il risultato, è che l’articolazione perde parte della propria capacità di distribuzione dei carichi → aumentano i picchi pressori sulle superfici condrali. Altro elemento di svantaggio e di non minore importanza è dato dall’aumento del contatto diretto tra cartilagini (stress condralico precoce)
Diversi studi biomeccanici hanno dimostrato che la rimozione del menisco:
- aumenta del 235% il carico sul compartimento mediale dopo meniscectomia totale,
- e dal 50% al 100% anche dopo meniscectomia parziale selettiva.
(Baratz et al.; Seedhom & Hargreaves; Fairbank — dati consolodati in letteratura)
Nel giovane, questo sovraccarico condrale accelera i processi degenerativi, rendendo più probabile la comparsa precoce di condropatia e poi di osteoartrosi.
Un secondo punto di riflessione riguarda l’alterazione del rapporto assiale (varo–valgo), in quanto ridurre lo spessore meniscale altera il volume del compartimento articolare:
- una meniscectomia mediale favorisce un varo di progressione,
- una meniscectomia laterale può favorire valgismo funzionale.
Questa deviazione assiale, spesso inizialmente minima, induce:
- incremento delle forze compressive unilaterali,
- accelerazione dell’usura cartilaginea,
- peggioramento della stabilità dinamica del ginocchio.
Nel giovane, cioè nel soggetto con alta richiesta funzionale, queste alterazioni provocano un circolo vizioso di sovraccarico, infiammazione e progressione degenerativa e questo è causa di irritazione del circuito sinoviale e infiammazione cronica a basso grado
La sinovia risponde rapidamente alla variazione dei carichi e ai detriti cartilaginei prodotti dallo sfregamento condro-condrale aumentato. Questo genera:
- sinovite recidivante,
- dolore persistente,
- effusione intermittente,
- peggioramento ulteriore della qualità condralica.
La transizione clinica è chiara: da meniscopatia → a condropatia attiva → a gonartrosi precoce → fino a gonartrosinovite (tipica nei quaranta-cinquantenni operati anni prima).
In un paziente giovane: perché preferire il trattamento conservativo?
Ogni paziente ha una propria storia, un proprio vissuto ed un proprio percorso che ha pianificato. Ogni lesione ha una propria identità anatomica, funzionale e anatomo-patologica e per ciascuno gli esiti non sono uniformabili a modelli standard.
Dalla lettura critica della sterminata bibliografia accreditata, pare acclarato che, paradossalmente, è più biologico, più stabile e più protettivo un trattamento conservativo, che non uno chirurgico, anche mininvasivo.
A. Molte lesioni meniscali sono “non responsabili” del dolore
Come mostrato da Englund e colleghi (NEJM 2008), fino al 35% dei soggetti 45–55 anni può avere una lesione meniscale asintomatica. Intervenire chirurgicamente su una lesione che non è la vera causa dei sintomi porta a risultati scarsi e accelera la degenerazione.
B. La fisioterapia mirata migliora dolore e funzione quanto l’artroscopia
Numerosi RCT (Kise 2016 BMJ; Sihvonen 2013; Katz 2013; Herrlin 2007) mostrano che nei pazienti giovani o di mezza età:
- esercizio supervisionato,
- rinforzo del quadricipite,
- controllo del carico e del BMI,
- riabilitazione neuromuscolare
E qui la bibliografia è decisiva, in quanto un trattamento mininvasivo ed uno conservativo sono equivalenti all’intervento a 6–24 mesi, con vantaggi strutturali nel lungo termine.
La preservazione del menisco è la regola nella moderna traumatologia ed il paradigma internazionale è cambiato: “Save the meniscus” (Verdonk, Beaufils, Noyes, 2020–2024).
Ogni millimetro di menisco rimosso ha un precosto in termini di:
- artrosi,
- malallineamento,
- riduzione funzionale,
- perdita di autonomia futura.
Come si sviluppa la degenerazione nel giovane operato?
Il percorso clinico frequente dimostra momenti progressivi, ben documentati dove si verificano progressivi indebolimenti delle strutture anatomiche basilari del ginocchio. Molti studi longitudinali hanno documentato la sequenza che tu descrivi:
- Meniscectomia parziale in giovane (30–45 anni), lieve miglioramento iniziale.
- Progressiva condropatia (2–5 anni), dolore meccanico intermittente, rigidità, sinovite.
- Gonartrosi compartimentale (5–10 anni), comparsa di osteofiti, sofferenza cartilaginea, disturbi assiali.
- Gonartrosinovite (10–15 anni), dolore continuo, infiammazione cronica, crepitii marcati.
- Necessità di osteotomia o protesi monocompartimentale, spesso già entro i 50–55 anni.
Studi di coorte a lungo termine indicano che i pazienti operati di meniscectomia in età <45 anni hanno fino a 7 volte più rischio di protesizzazione rispetto ai non operati (Papalia 2011; Salata 2010).
Mi va di ribadire, prima ancora di indicare una strada terapeutica valida e coerente all’artroscopia che nel giovane, l’artroscopia deve essere l’eccezione, non la regola. Alla luce della biomeccanica, della biologia articolare e degli studi clinici di lungo termine, il concetto è chiaro:
“Nel soggetto giovane, preservare il menisco è proteggere il ginocchio futuro.”
L’artroscopia, pur utile in casi selezionati (blocchi articolari, flap instabili, traumi acuti veri, lesioni riparabili), rappresenta nel giovane con funzione ancora buona una strategia ad alto impatto strutturale:
accelera la degenerazione, altera i carichi, modifica gli assi e anticipa l’artrosi.
Perché pensare all’ossigeno–ozono nel giovane con meniscopatia degenerativa?
Nel giovane con menisco già degenerato ma ginocchio ancora “recuperabile”, il nostro obiettivo non è solo togliere dolore, ma proteggere l’unità menisco–cartilagine–sinovia per evitare il percorso che hai descritto: meniscopatia → condropatia → gonartrosi precoce → gonartrosinovite. Dentro questa logica, l’infiltrazione intra-articolare di O₂–O₃ (secondo protocolli standardizzati, come quelli SIOOT) si inserisce come trattamento conservativo “biologico”, con tre cardini razionali:
- migliorare l’ossigenazione e il metabolismo tissutale;
- modulare l’infiammazione e lo stress ossidativo;
- regolare la risposta immunitaria locale e sistemica.
Le evidenze cliniche robuste oggi riguardano soprattutto artrosi di ginocchio lieve-moderata, non specificamente “lesione meniscale isolata nel giovane”. Quindi il ragionamento sul giovane è traslazionale: portiamo i meccanismi e i dati sull’artrosi in uno stadio più precoce del danno articolare, dichiarando che gli studi ad hoc su questo sottogruppo ancora mancano[17].
Esaminiamo ora il razionale biologico, chiedendoci: cosa fa (realisticamente) l’O₂–O₃?
La miscela O₂–O₃ ha la capacità di agire controllando l’ossidazione controllata e riparazione tissutale L’ozono è un ossidante potentissimo; in basse dosi controllate (finestra “ormetica”) genera:
- piccole quantità di ROS e LOPs (lipid oxidation products);
- attivazione del fattore di trascrizione Nrf2, con aumento di enzimi antiossidanti (SOD, catalasi, glutatione perossidasi);
- miglioramento del metabolismo mitocondriale e dell’utilizzo dell’ossigeno[18].
Nel contesto articolare questo si traduce in un aumento del microcircolo sinoviale, in un migliore ossigenazione di cartilagine subcondrale e sinovia, in un supporto ai processi di riparazione tissutale (condrociti e cellule mesenchimali sinoviali in ambiente meno ipossico e meno ossidato). I lavori di Franzini e Chirumbolo sull’attività “ormetica” dell’ozono sintetizzano bene questo concetto: piccole dosi → moderato stress → risposta adattativa protettiva e pro-riparativa.
Azione antinfiammatoria e “antiossidante indotta”. Il paradosso è che un ossidante, se usato bene, può avere effetti antiossidanti e antinfiammatori:
- l’attivazione di Nrf2 porta alla down-regulation di vie pro-infiammatorie (inibizione indiretta di NF-κB, riduzione di COX-2, PGE₂, leucotrieni, ecc.)[19];
- si osserva una riduzione di citochine pro-infiammatorie (TNF-α, IL-1β, IL-6) e un aumento di mediatori anti-infiammatori come IL-10[20];
- a livello articolare, questo significa sinovia meno reattiva, meno edema, minore produzione di mediatori catabolici che danneggiano cartilagine e menisco.
Per un giovane con meniscopatia degenerativa questo è cruciale, in quanto, se si attenua precocemente la cascata infiammatoria sinoviale condro-lesiva, riduci la velocità di progressione verso la gonartrosi. Ad oggi però questo ruolo “disease-modifying” è biologicamente plausibile ma non dimostrato con studi strutturali a lungo termine (RM seriata, T2 mapping, ecc.).
Altro elemento a favore della terapia con ozono, riguarda la modulazione immunitaria
I lavori di “immunoceutical therapy” mostrano che O₂–O₃:
- aumenta la quota di Treg (CD4⁺CD25⁺FoxP3⁺) e di citochine regolatorie (IL-10, TGF-β);
- riequilibra il rapporto Th1/Th2 e Th17/Treg;
- modula la produzione di interferone-γ e altre citochine, favorendo una risposta immunitaria più ordinata, meno “iperrispondente”.
E tutto ciò in un razionale scientifico di traslazione al ginocchio, si traduce in:
- una sinovia meno “sovra-attivata” immunologicamente;
- meno flares infiammatorie;
- meno produzione cronica di enzimi proteolitici (MMP, ADAMTS) che degradano cartilagine e menisco.
Cosa dicono gli studi clinici su ginocchio (artrosi/degenerazione)?
Qui le evidenze sono soprattutto su gonartrosi lieve-moderata. Tuttavia il modello clinico è molto vicino al “ginocchio degenerativo” che ti interessa, specialmente nel giovane con iniziale sofferenza meniscale/condrale. Lopes de Jesus et al., PLoS One 2017: RCT vs placebo, iniezioni intra-articolari di O₂–O₃ in pazienti con artrosi di ginocchio. Miglioramento significativo di dolore, funzione e qualità di vita fino a 6 mesi rispetto al placebo, con buona tollerabilità[21]. Raeissadat et al., 2018: O₂–O₃ vs acido ialuronico intra-articolare in KOA. Entrambi efficaci su dolore e funzione; profilo di efficacia di O₂–O₃ sovrapponibile all’HA nel breve-medio termine[22]. De Sire et al., 2018 + estensione 2020: anziani con KOA, confronto O₂–O₃ vs HA. A 6–12 mesi miglioramento di dolore e funzione in entrambi i gruppi; nello studio di estensione fino a 24 mesi O₂–O₃ risulta non inferiore ad HA, con mantenimento del beneficio clinico e buon profilo di sicurezza[23]. Sconza et al., 2023–2025: RCT O₂–O₃ vs HA in KOA, con tre infiltrazioni settimanali. Dolore (WOMAC, NRS) e funzione (KOOS) migliorano in maniera comparabile nei due gruppi, senza differenze rilevanti sugli eventi avversi[24].
Le meta-analisi e revisioni sistematiche contribuiscono ancor di più a comprendere la complessa relazione tra trattamento ossigeno-ozono e ginocchio con problematiche meniscali. Il primo lavoro sul quale mi soffermerei è di Li et al., 2018 (meta-analisi), dove ponendo a confronto HA vs O₂–O₃, si conferma efficacia di O₂–O₃ su dolore e funzione, con profilo di sicurezza favorevole, ma qualità metodologica degli studi spesso limitata[25]. In un altro lavoro di Sconza et al., Arthroscopy 2020 – systematic review, si raccoglie gli RCT di O₂–O₃ in KOA ed il risultato è significativo, in quanto i dati complessivamente incoraggianti ma di qualità metodologica non ottimale, sottolineano che è utile soprattutto per controllo del dolore e recupero funzionale nel breve-medio termine, necessità di studi di più alto livello[26]. Segue un lavoro[27] di conferma dell’effetto positivo sul dolore e la funzione articolare con una meta-analisi aggiornata HA vs O₂–O₃ in KOA.
Su questo tema in tempi recenti si sono concentrate le attenzioni degli studi, mirate soprattutto ad indagare sui dosaggi ed in tal senso ritrovo un lavoro di Arjmanddoust[28] et al., 2025: RCT in doppio cieco, che confronta due dosi (20 vs 40 µg/mL) di O₂–O₃ vs ossigeno “placebo”. Entrambe le dosi di O₂–O₃ migliorano significativamente dolore e mobilità rispetto al controllo; nessun vantaggio chiaro del dosaggio più alto. Inoltre sempre su questo filone di indagine si concentra l’attenzione di Nazarieh et al., 2024, dove si analizza O₂–O₃ aggiunto alla fisioterapia vs sola fisioterapia in KOA lieve-moderata → O₂–O₃ + esercizi, con migliori risultati su dolore e ADL a 3–6 mesi[29]. Infine, Akhavanakbari[30] et al., nel 2025, analizzano la combinazione O₂–O₃ + HA vs solo HA, deducendo una migliore analgesia, sonno e qualità di vita nel gruppo combinato.
Resta alla fine il messaggio chiave e relativo a O₂–O₃ intra-articolare, come importante strumento di cura e prevenzione, largamente sostenuto da meta-analisi come opzione conservativa efficace per il controllo del dolore e il miglioramento funzionale nel ginocchio degenerativo/artrosico, con profilo di sicurezza buono quando usato in protocolli standardizzati. Non ci sono ancora prove forti di “protezione strutturale” a lungo termine, ma il razionale biologico va in quella direzione.
Il trattamento SIOOT in questo scenario, ha un ruolo centrale.
SIOOT standardizzare protocolli e concentrazioni di O₂–O₃ per le diverse patologie, definisce le linee guida per le vie di somministrazione (tra cui infiltrazioni intra-articolari per artropatie), raccogliere e diffondere la produzione scientifica sul tema[31].
Ho trattato in questo studio il problema sanitario, sempre più frequente della meniscopatia degenerativa nel giovane ed ho analizzato in maniera attenta quali possono essere le prospettive terapeutiche a breve e lungo termine, ponendo l’attenzione sul trattamento artroscopico. Ho voluto analizzare il tema, alla luce della letteratura accreditata cercando di cogliere quella che può essere considerata la scelta migliore, quella più efficace e soprattutto quella biologicamente più soddisfacente in termini di duratura e compliance. In questa patologia complessa sia sul piano anatomo patologico che su quello terapeutico, il punto centrale e di sicuro critico resta il paradigma del “giovane con meniscopatia degenerativa”, dove la parola giovane sottolinea la criticità.
Fondamentale è a mio avviso, partire dalla biomeccanica, che vede nel giovane operato (meniscectomia) un aumento del carico condro-meniscale, le conseguenti alterazioni assiali e la sinovite, con un chiaro iter verso un rischio di gonartrosi precoce.
L’approccio con terapia infiltrativa con miscela O₂–O₃, permette di proporre il cambio di paradigma, dove il prima di “togliere il menisco”, è necessario esplorare in modo sistematico un percorso conservativo avanzato, che non sia solo fisioterapia, ma fisioterapia + modulazione biologica dell’ambiente articolare, dove O₂–O₃ trova posto. Questa proposta terapeutica è costruita su di un razionale scientifico alto, in quanto nelle premesse si ritrovano i punti salienti del trattamento e della cura, con il miglior microcircolo e ossigenazione dei tessuti, con conseguente supporto alla riparazione menisco-condrale. Si propone di certo la riduzione dell’infiammazione e dei mediatori catabolici, con conseguente potenziale rallentamento del passaggio meniscopatia e conseguente gonartrosi. La cura ozono SIOOT modula la risposta immunitaria sinoviale, con minor numero di sinoviti recidivanti e meno dolore cronico.
Oggi i dati solidi sono su artrosi, sui sintomi e sulla funzione, nonché sulla funzione protettiva in fase pre-artrosica, ma il tutto supportato da una risposta biologicamente plausibile, va ancora ulteriormente studiato. Proprio per questo, l’approccio va visto come parte di un programma multimodale (esercizio, controllo del peso, correzione assiale quando indicata, educazione al carico), non come “terapia miracolosa”.
Il riscontro sempre maggiore di questa condizione patologica del ginocchio, in conclusione, mi ha stimolato ad approfondire l’argomento, senza tralasciare tuttavia di fornire al nostro paziente la gamma più completa di supporto sanitario, indicando una fisioterapia ad personam, che tenga conto di riabilitazione mirata, correzione del gesto motorio, rinforzo muscolare, educazione al carico, riduzione del peso, prevenzione dei microtraumi. Ciò assieme ad una oculata gestione del farmaco, fa la differenza.
Il paziente mio privilegiato interlocutore resta un unicum e la vasta gamma di strategie curative a mia disposizione sono la risposta, per modulare e personalizzare il trattamento migliore. La scelta primaria dell’infiltrazione O₂–O₃, senza svilire e né scartare aprioristicamente le altre strategie di cura, resta la scelta primaria, nella mia pratica clinica.
[1] Arthroscopy. 2023 Apr;39(4):911-912. doi: 10.1016/j.arthro.2022.12.002. Treatment of Degenerative Meniscus Tears
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[2] Degenerative meniscus tears—assimilation of evidence and consensus statements across three continents: state of the art Jonathan A Stone,1 Matthew J Salzler, David A Parker, Roland Becker, Christopher D Harner.
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